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Sguardi Attraverso | Testimonianza di una ex detenuta

Con la danza per mano cammino nella vita

Tutto è iniziato con un incontro.
Giulia Gussago è venuta a Verziano, dove io ero a quel tempo, come tutti sapete, e ha proposto la partecipazione a un laboratorio di danza.
All’inizio sembrava un gioco, l’ho presa con leggerezza, ma poi, mano a mano che le sedute procedevano, che si facevano prove e si lavorava insieme, ho capito il senso del progetto e ho valutato l’importanza che esso aveva, in sé e nella mia vita.
Quando la mia reclusione a Verziano è finita, e sono uscita, ho voluto di mia spontanea volontà continuare a partecipare al progetto, da persona libera. E ancora continuo.
Ho imparato tanto.
Prima di tutto il valore della libertà. Ho sperimentato la libertà.
Ho vissuto poi il valore dell’accoglienza. Sono stata accolta a braccia aperte da tutte le persone che partecipavano al progetto e ho capito la possibilità dell’accoglienza da parte della società e quanto ciò dipendesse dalla mia volontà di essere accolta.
Inoltre ho sentito quanto fosse importante l’imparare, perché ogni volta che venivo a far parte del lavoro del progetto, acquisivo qualcosa di importante per me, per la mia vita.

Il mio “sì” alla proposta di Giulia Gussago è stato carico di entusiasmo, perché pensavo che la musica e la danza non potevano che rendere più bello un ambiente grigio e triste qual è il carcere.
Certo, prima di iniziare non potevo sapere che la danza proposta nel laboratorio fosse così liberatoria e coinvolgente. Conoscevo altri tipi di danza, quella delle discoteche, quella classica, quella contemporanea, ma fui sorpresa quando sperimentai la danza come libera espressione.
Le tre ore che passavamo nelle sedute del progetto erano ricche di gioco, di riflessioni, di impegno, di divertimento autentico e di apprendimento. Era bellissimo, bellissimo, bellissimo.

Quando sei “dentro”, quando vivi l’esperienza della reclusione, e incontri persone che vengono da “fuori” a lavorare con te, senti arrivare l’aria della libertà e pensi allora che sì, è possibile tornare liberi, che bisogna tener duro, non mollare.
L’aiuto morale che ricevi è decisamente significativo: per te che aspiri alla libertà, alla possibilità di riprendere in mano la tua vita, partecipare a questo progetto ha un grande valore simbolico.
Ogni volta che salivo nella palestra dove danzavamo, significava un passo in più verso la libertà.
Nella prima edizione del progetto, per esempio, ci hanno dato un rotolo di carta di 30 metri sul quale dovevamo disegnare tutto quello che ci passava per la mente e…lasciare emergere tutto ciò che si sentiva che mancava nella vita da reclusa. È stato molto importante perché mentre sceglievo cosa disegnare e davo forma ai miei disegni, alle mie parole, prendevo consapevolezza dell’importanza che avevano per me la libertà, la famiglia, i figli, e tanto altro.
L’emozione che provi, poi, quando il tuo lavoro viene condiviso e diventa uno spettacolo è talmente intensa e inattesa che gli applausi e i complimenti che ricevi dal pubblico risuonano dentro di te come se avessero dell’incredibile.
“Siete state brave, bravissime!”
E senti che gli spettatori lo dicono, non per convenzione, ma perché hanno vissuto con te ogni attimo dello spettacolo, ogni gesto della tua danza, ogni scena rappresentata.
E’ stato fantastico, meraviglioso.
Rivivo ancora oggi, dentro di me, quei momenti, con la medesima emozione.
La scoperta di aspetti di sé, che erano rimasti nascosti fino ad allora e che sulla scena avevano invece la possibilità di essere espressi, ha avuto un’importanza fondamentale nella conoscenza della mia personalità e delle mie potenzialità.
Questo vale per me e per tutte le altre ragazze che hanno partecipato con me alla danza.
Certo, per aderire alla proposta di Compagnia Lyria era necessario avere coraggio, rischiare anche l’insuccesso, le critiche dei compagni di reclusione, ma poi, davanti a tanti applausi e alla bellezza di quanto abbiamo portato in scena, provavo tanta soddisfazione e gratificazione per l’impegno profuso.
La fatica, la paura, la tensione, sparivano per dare spazio ad una grande gioia.

Altro aspetto qualificante del Progetto Verziano è stata la sua progressiva apertura su diversi fronti. Nel primo anno eravamo solo ragazze, poi invece è stata aperta anche ai ragazzi la possibilità di partecipare.
Un’apertura coraggiosa che ha cambiato il nostro stare insieme, nel laboratorio e sulla scena.
Inoltre, lo spettacolo inizialmente veniva rappresentato davanti ad un pubblico composto da detenuti e dal personale carcerario, ma progressivamente è stato portato davanti a platee nelle quali erano presenti anche persone che venivano da fuori, persone libere, e questo è stato un valore aggiunto molto importante.

Quando poi io stessa sono tornata ad essere una persona libera, cioè ero fuori da Verziano, ho voluto continuare a partecipare al Progetto di danza ed ho fatto richiesta alla dott.ssa Lucrezi di poter proseguire l’esperienza, anche da esterna.
Ero felice, felice, quando ho saputo che la mia richiesta era stata accettata!

Vivere una esperienza di libertà quando sei “dentro” significa molto.
La vita nel carcere è regolata da obblighi.
Nel laboratorio di danza sperimenti la libertà di essere ciò che sei: puoi
urlare,
cantare,
ridere,
piangere,
perchè attraverso la libertà del gesto e del movimento metti in armonia il tuo essere interiore con la sua manifestazione esteriore. La danza unisce perché si crea un contatto emotivo che ti dà tanta gioia, tanta felicità.
Senti la persona che si muove accanto a te e entri in una modalità di comunicazione empatica che è più profonda di quanto possa essere quella fatta con le parole.
È difficile raccontare ciò che succede in un laboratorio di danza, ciò che succedeva nel corso degli incontri, così come è difficile esprimere verbalmente tutto ciò che questo progetto dà a chi lo vive in prima persona.
È l’arte in sé a creare legami, la danza in sé.

Certo non mi aspettavo di fare queste scoperte, perché inizialmente mi rifacevo ad esperienze già vissute di balletto, di musica classica… Invece…è stato tutto diverso, molto più impegnativo ed emotivamente coinvolgente.
Ogni incontro aveva un suo sviluppo creativo e le proposte spaziavano dal movimento alla scrittura, dal disegno al colore, dal teatro alla danza, e così via.
Una volta Giulia ha proposto delle poesie. Le due “haiku” su cui dovevamo lavorare sono state illuminanti: bellezza e silenzio.
Non poteva scegliere meglio. Per me erano il massimo.
Da lì è partito tutto.
Nel corso del laboratorio mi è stato chiesto di descrivere la BELLEZZA.
La bellezza per me è tutto. La sincerità, la bellezza interiore, questo è.
Tutti pensano all’esteriorità, nessuno pensa all’interiorità, ma è l’aspetto più importante della persona.
Molti vivono in questa epoca senza darsi il tempo di pensare cosa sia la bellezza, ma…se ci pensiamo bene, alla fine come rispondiamo alla domanda: “Che cos’è la bellezza interiore?”
È l’anima della persona, il suo concetto del vivere. L’essenza.
Nel primo spettacolo ho anche recitato quanto avevo scritto, ho dovuto memorizzarlo e poi esporlo davanti alla platea e l’emozione che ho provato è indescrivibile.

Mi è stato chiesto poi di descrivere il SILENZIO.
Il silenzio. Il silenzio è una bellezza tacita.
Aiuta a meditare. E’ sempre collegato alla bellezza perché quando sei sveglio di notte e tutto intorno a te tace e non si sente alcun rumore, tu vivi una esperienza di bellezza che ti aiuta a vedere con gli occhi della mente e pensi.
Pensi a quello che hai passato nel corso della giornata, per esempio, pensi e ripensi al tuo passato, al tuo futuro.
È un silenzio bello, alla fine.
Non è un silenzio angosciante.

Il percorso personale che ho maturato nel corso del progetto è stato impegnativo, oltre ogni aspettativa.
Siamo partiti con un gruppo di persone, inizialmente solo donne, ma poi, di anno in anno, il progetto ha assunto dimensioni sempre più grandi, sia includendo tra i partecipanti gli uomini prima e le persone esterne poi, sia diventando sempre più complesso nella elaborazione dei temi e nelle modalità.

L’essenza del progetto non è cambiata, si è mantenuta fedele ai principi che l’hanno ispirata, però la sua realizzazione ha trovato sempre nuovi temi, nuove musiche, coreografie e palcoscenici diversi. E così, ogni anno, anche l’emozione era diversa e imparavo nuove cose.
Voglio ringraziare la Compagnia Lyria e tutte le persone che hanno aiutato nella realizzazione del progetto, che l’hanno reso possibile: a Direttrice del carcere, dott.ssa Lucrezi, la Presidente del Tribunale di sorveglianza, dott.ssa Lazzaroni, l’educatrice Silvia Frassine e tanti altri.

L’essenza del progetto è difficile da definire. Ciò che so è che coinvolge totalmente, cambia la persona e nel mio caso il cambiamento è stato decisivo.
Quando sono uscita dal carcere, finalmente libera, mi sono posta la domanda:
“E allora, io sono fuori. Cosa faccio?”
E così ho cominciato a pensare, a ricordare ciò che avevo vissuto nel progetto, ciò che ero riuscita a fare.
E mi sono detta: “Io ho coraggio, prendo la mia strada e vado avanti” e sono andata avanti.
E così ho scoperto che il mio coraggio, quello che mi ha permesso di non tirarmi indietro, né davanti al riconoscere gli errori del passato, né davanti alla proposta di un progetto nuovo e diverso come quello della danza, mi permette ora di andare avanti nella vita con la testa alta.
Ho detto a me stessa: “Sì, ho sbagliato, però mi potete guardare come una persona normale.
Io respiro, penso, vivo come tutti gli altri.”
Come avevo sperimentato nella danza la forza del coraggio, così la sperimento nella mia nuova vita.
La danza è per tutti. Non importa se sei un ex-detenuto, non importa se hai una malattia, se sei disabile… la danza è per tutti.
Tutti siamo persone.
L’arte è una via che permette di comunicare questo valore.
Il valore della persona, di tutte le persone.
La creazione artistica nella danza ti fa sentire parte del mondo nel momento stesso in cui agisci, ti muovi con gli altri, crei con i tuoi gesti e i tuoi movimenti una scena, un tutto che ti appartiene e di cui sei parte.

Ricordo un lavoro fatto con la carta. Carta di colore bianco. Abbiamo fatto tutto con questa carta bianca, anche un cappotto che indossavo quando entravo in scena. Era bellissimo sentire il frusciare della carta nel silenzio totale della scena, sentivi anche il respiro di chi era vicino a te. Lascio immaginare l’effetto che faceva sugli spettatori la bellezza fantastica di quanto stavamo rappresentando.
Vedevo negli occhi di chi guardava la curiosità e la sorpresa di fronte a tanta bellezza.
“Ma cosa sono capaci di fare queste donne!”
Meravigliati di fronte allo spettacolo che stavamo realizzando. Increduli forse, ma estasiati.
E così, di anno in anno, di spettacolo in spettacolo, siamo arrivati alla decima edizione di questo fantastico progetto.
Una interruzione l’abbiamo avuta con la pandemia dovuta al Covid, ma con l’anima, con il cuore, con le lettere che ci siamo scritti, siamo riusciti a stare insieme.
INSIEME, si può fare tutto.
Certo, nella vita ci sono cose che puoi fare da solo, ma in questo progetto facciamo cose meravigliose, insieme.
Con l’aiuto di Giulia Gussago, la nostra coreografa, naturalmente. Lei fa tutto per noi e noi diamo il meglio di noi stesse.
Quando non ho potuto partecipare ai laboratori di danza per motivi di salute, ho fatto in modo di essere sempre presente agli spettacoli che venivano rappresentati alla fine dei laboratori e ogni volta provavo ammirazione per il lavoro fatto e un grande dispiacere per la mia mancata partecipazione. Mi rendevo conto di aver perso qualcosa di bello e di importante, mi mancava la soddisfazione di aver svolto un lavoro fantastico insieme.
Quando raggiungi la conclusione del percorso e presenti al pubblico l’opera d’arte collettiva cui hai partecipato provi emozioni inimmaginabili e indescrivibili: sai che sei guardata da tutte le parti e devi dare il meglio di te.

Quando poi sono uscita dal carcere e ho partecipato a due rappresentazioni, una al Castello di Brescia e una presso la Facoltà di Giurisprudenza, ho percepito nettamente la differenza tra “essere dentro” ed “essere fuori”.
Io ero una persona libera, potevo lasciare la compagnia alla fine dello spettacolo e tornarmene a casa in auto, guidando nella notte lungo le vie che scendevano dal colle Cidneo.
Le mie compagne no. Le guardavo salire sul pullman che le riportava in carcere e provavo tristezza e amarezza per questo. Mi faceva star male il pensiero di non poter aiutare le ragazze, le persone con le quali avevo condiviso un pezzo di strada in una istituzione come il carcere.
Cercavo di incoraggiarle dicendo loro che dovevano tener duro, che sarebbe arrivato anche per loro, prima o poi, il giorno dell’uscita.
Non mollare! Mai! Questa è la cosa più importante.
Bisogna avere il coraggio di riprendere da zero, tutto. O meglio: bisogna riprendere da dove si è staccato il filo e da lì ricominciare.
Si può fare. Lo dico per la mia esperienza. Sono una testimone di questa possibilità e ho la dignità di affermare che, anche se ho sbagliato, ho diritto di vivere, di andare avanti.
Da quando sono uscita ho avuto il coraggio di fare cose importanti: ho frequentato il “Corso di soccorritore” in Croce Bianca ed ho superato l’esame finale.

Questo passo importante nella mia vita è stato ispirato dal Progetto Verziano, perché ho capito quanto sia essenziale dare aiuto alle persone deboli.
Noi eravamo persone deboli, perché eravamo “chiuse“. La proposta del progetto è arrivata dentro al carcere e, attraverso la danza, ci ha dato aiuto.
Ci ha sollevato il morale, ci ha dato la possibilità di sperare, di sognare anche, di aver la forza di percorrere la propria strada.
Ecco perché non potrò mai dimenticare ogni singolo momento del progetto, né vorrò lasciarlo.
Ho imparato molto e ogni anno imparo qualcosa di nuovo.
La danza mi accompagna e mi dà la forza di non mollare.

Forse nemmeno Giulia immaginava quale sviluppo travolgente avrebbe avuto il Progetto Verziano.
Man mano che il progetto si sviluppava si chiariva sempre di più anche il senso che esso aveva per me, per noi. Si trattava di portare avanti un lavoro di riabilitazione morale che passava attraverso la danza e conduceva alla consapevolezza della propria dignità di persona.
Io sono un testimone vivo di un cammino verso la presa in carico della propria vita, fatto con coraggio e forza di volontà.

Altro punto importante: abbiamo raccolto in un libro le impressioni, le sensazioni, i pensieri che venivano sollecitati in ciascuna di noi dalla danza e dalla esperienza del laboratorio: è un libro a cui tengo molto, diciamo che è “il libro del mio cuore”. E’ un dono prezioso che ciascuno di noi può portare con sé, per tutta la vita.

Ci sono stati momenti d’incanto.
Una sera, al Castello di Brescia, all’aperto, ho partecipato allo spettacolo che concludeva il progetto dell’anno.
Tutto era bello: lo spettacolo, le luci, l’atmosfera magica e affascinante che si veniva a creare, l’aria della sera.
Oltre a danzare, io recitavo dei paragrafi.
E quando dissi: “Adesso fermati, respira e soffia”… caddero le luci, buio, solo il cielo e le stelle.
Poi le luci si riaccesero e…l’applauso del pubblico esplose con fragore.
E’ stato un momento magico, indimenticabile!
E devo dire che ho tanti ricordi stupendi, davvero. Di momenti irripetibili, significativi, importanti e belli ne ho vissuti tanti con questo progetto. Non c’è momento del percorso fatto che io non voglia ricordare. Anzi, conservo in me ogni momento, ogni insegnamento.
Mi fa da guida.
Ecco perché voglio ringraziare tutti, tutti, tutti.
Tutti coloro che ci aiutano a portare avanti questo lungo viaggio e in particolare Giulia Gussago e la Compagnia Lyria.
È tutto un insieme di anime, di persone meravigliose che ci stanno accanto, sempre.

*Per ragioni di privacy il nome Daniela è di fantasia

 

Anno 2020 | Progetto Verziano 10^ edizione
Raccoglitrice di storie: Piera Milini

Circolo di scrittura e cultura autobiografica di Brescia
LUA Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari

La rubrica Sguardi attraverso è creata nell’ambito del Progetto Verziano 11^ edizione, realizzato da Compagnia Lyria e Ministero di Giustizia Casa di Reclusione Verziano Brescia, grazie al contributo di Comune di Brescia, Provincia di Brescia, Fondazione Comunità Bresciana, Ordine degli Avvocati di Brescia, Centrale del Latte di Brescia e in collaborazione con LABA Libera Accademia Belle Arti, LUA Libera Università Anghiari-Circolo di Brescia, Palazzo Caprioli, APS Libertà@Progresso e Istituto Lunardi. Gode del patrocinio di Fondazione ASM, AIIMF Associazione Italiana Insegnanti Metodo Feldenkrais e Consigliera di Parità della Provincia di Brescia.


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