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Sguardi attraverso | Testimonianza di un libero cittadino

La ricchezza della diversità

Ho 44 anni e oramai sono quasi 22 anni che sono educatore in un centro diurno per ragazzi disabili. Tramite questo, sono nate poi tutte le varie passioni che sto portando avanti, tra cui questa della danza. Nel 2011 Giulia Gussago aveva tenuto un laboratorio di danza rivolto a ragazzi disabili; il progetto si chiamava “Danzabile”. Lei cerca di fare danzare chiunque e tramite un’associazione di Cremona che io allora frequentavo, l’abbiamo contattata ed è venuta nel centro dove lavoravo. Lì c’è stato il contatto e lì ha iniziato a parlarmi di danza. Ho portato poi la danza anche nei laboratori che faccio dove lavoro.

Contemporaneamente Giulia, che è curiosa di portare il movimento in qualsiasi posto, aveva iniziato a chiedere la disponibilità da parte del carcere di Verziano.
È nato così il Progetto Verziano.
Il primo step è stato da ottobre a dicembre ed era aperto solo alla popolazione femminile del carcere. Non avrei potuto parteciparvi attivamente. A dicembre, dopo soli 2 mesi, Giulia è riuscita a mettere in piedi uno spettacolo bellissimo, articolatissimo, non mi spiego ancora oggi come hanno fatto. Sono potuto entrare come spettatore insieme ad alcuni allievi di Compagnia Lyria.
Durante lo spettacolo, eravamo seduti sul bordo della palestra. Quello che mi aveva colpito era che queste detenute sembravano veramente performers esperte. Con cose da nulla erano riuscite a trasformare veramente quel luogo in tutt’altro. Avevano lavorato tanto anche con la voce, perché quei due mesi Giulia aveva usato vari mezzi, danza, scrittura, c’era un attore e un maestro di canto.
Di tutto quel primo ingresso, il ricordo più vivido è stata l’uscita più che l’entrata in carcere.
L’istante in cui ho rivarcato la soglia in senso opposto mi ha dato questa riflessione ”Mi hanno regalato questa cosa potentissima, bellissima…e adesso io me ne esco –anche se so che se loro sono lì c’è un motivo-“, quasi mi pesava la mia maggiore libertà. Io credo molto all’obiettivo del Progetto Verziano che con l’arte e la bellezza in carcere si può facilitare la rieducazione.

Da gennaio anche la popolazione maschile ha potuto entrare e partecipare attivamente al laboratorio.
Per la prima volta c’è stata l’esperienza dell’attesa che i vari cancelli nel percorso venissero aperti. Il ricordo è il suono forte della chiusura di queste grosse sbarre che si chiudevano dietro di me.

Già dal primo anno Giulia, in un istante ci ha fatto buttare nel lavoro, giocare con il movimento, nel costruire il gruppo; eravamo lì, insieme, perché insieme facevamo questo laboratorio, il cui traguardo era lo spettacolo di giugno che avremmo portato fuori. Per le detenute era anche la possibilità di uscire, uno stimolo forte per partecipare.
Il momento in cui effettivamente siamo usciti per lo spettacolo siamo andati in Castello, una cornice bellissima. Mi ricordo l’impatto di vedere tutto quello che comporta portare fuori le detenute. E’ stato potente. E’ arrivato il cellulare della Polizia Penitenziaria, poi le guardie che facevano muro attorno alle detenute; prima hanno guardato che in quella specie di casupola dove c’è la locomotiva non ci fosse uscita, quindi le hanno portate dentro una a una. Se una detenuta doveva andare in bagno, doveva chiederlo alla guardia e la scortavano in due aspettando fuori dalla porta. Alla fine dello spettacolo, il tempo che finisse l’ultimo applauso, forse era ancora nell’aria, tutte le guardie hanno fatto andare le detenute contro il muro dove noi avevamo danzato e si sono messe in cerchio attorno a loro. C’è stato poi un momento per salutarsi bene: le hanno riaccompagnate, abbiamo mangiato qualcosa insieme, ci siamo salutati. Tutto in fretta, perché sono da rispettare orari di rientro.

Da alcuni anni, chi tra i detenuti è in una determinata condizione giuridica, in base all’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario, può anche uscire dal carcere in autonomia per lavoro o attività autorizzate rispettando determinate fasce orarie. Poi deve ripresentarsi. Alle volte alcuni di questi detenuti sono venuti a danzare nello studio esterno con noi.

Anche nel modo di intendere la danza di Giulia c’è stata un’evoluzione in questi 10 anni di Verziano.
All’inizio c’erano più momenti coreografici costruiti minuto per minuto in base a una musica stabilita. Avevamo momenti precisissimi, poi negli anni successivi è stato sempre più un lavoro di ricerca, staccandoci gradatamente dalla coreografia.
Ci dava dei temi, oppure scambi tra scrittura e movimento, perché negli ultimi anni, è entrata nei laboratori anche la scrittura, creando momenti di ricerca, in cui si parte, si buttano lì tante cose, poi si individua quello che potrebbe essere un nucleo, un tema che ci è caro per quell’anno. Una volta che lo si è individuato, si cerca di seguire il desiderio che ti porta a muovere; cose molto libere, quindi. Giulia ci ha spinto molto nella ricerca, nel togliere e lasciare le cose semplici: ci ha spinto a giocare nell’immobilità, nel camminare.

Fino a 10 anni fa io mai avrei pensato di danzare. Ero incuriosito perché andavo sempre a vedere gli spettacoli di Giulia, però non avevo mai pensato che potessi praticarla. Stare in forme d’arte mi piace, perché ha a che fare con la bellezza, mi mette in comunicazione con la bellezza, cerca di fare vedere la bellezza; non saprei dirlo meglio.

Nel laboratorio di ieri a Palazzo Caprioli, con Giulia e Domenico Franchi, artista visivo, dovevamo portare due o tre oggetti, semplicissimi, comuni, che abbiamo in casa, in cucina, per esempio il forchettone di legno, lo scolapasta; più un oggetto al quale siamo affezionati; io ho portato un piccolo cuscinetto che ha ricamato mia mamma. Alla fine ci ha fatto utilizzare questi oggetti fondamentalmente per quello che non sono. Prima siamo stati sull’osservazione delle forme e, immaginando altri usi, cercando ispirazione di movimenti del corpo. Alla fine questi oggetti li abbiamo usati per delimitare perimetri di spazio in cui muoverci, in cui entrare in relazione con l’altro, sempre con le distanze fisiche imposte da questo particolare periodo, immaginandosi che l’oggetto fosse tutt’altro.

Non sempre usiamo materiale. A volte basta il movimento puro e semplice del nostro corpo.

Il Progetto Verziano ci ha portato a godere della diversità di ognuno di noi. Per i primi cinque, sei anni ero lì per godere insieme a tutti dello scoprire come ci siano mille modi per fare lo stesso gesto, come io giro intorno ai miei gesti, vedo un altro che ha un suo modo di muoversi. Un arricchimento. Godere della bellezza della diversità, indipendentemente dalla storia delle persone. Eravamo tutti insieme, non c’entrava che io fossi un esterno e qualcuno un detenuto. Eravamo un gruppo.

Questa danza, è una danza che unisce. Devi partire da te. La cosa che funziona è quando tu usi tutto il bagaglio di movimento per entrare in relazione con l’altro.

Tieni conto che poi io sono super timido. Passare però, attraverso il movimento del corpo, è un linguaggio che mi appartiene di più. Avrei fatto più fatica usando la parola; infatti nei momenti nei quali dovevamo metterci uno di fronte all’altro e parlare, ero in difficoltà. Comunque tutti i primi momenti del laboratorio, anche quando erano invitati altri maestri, sono stati dedicati a costruire il gruppo. Le prime volte dell’inizio anno, c’era qualcuno che conoscevi già, altri erano nuovi.

Con i detenuti è più difficile avere un lavoro continuativo. Eppure molti, una volta tornati liberi cittadini, hanno voluto essere parte della Compagnia, danzare ancora.

La cosa che ho incontrato in maniera potentissima, che mi invoglia costantemente a esserci ancora, è quello che io sintetizzo con la “ricchezza della diversità “. Mi piace da morire vedere i mille modi di ognuno di fare lo stesso gesto. Questo lo associo direttamente alla danza, ma è anche la ricchezza della diversità in generale, vedere mondi diversi. C’erano detenuti italiani, ma anche di altre culture. Sono rimasto affascinato da un ragazzo senegalese che è stato con noi due anni fa. Era una montagna umana, grosso sette volte me; faceva movimenti minimali ispirati, secondo me, a danze tribali africane. Non c’era niente di troppo, era quello che doveva essere. Ogni movimento che faceva, lo faceva perché era necessario.
Era bello anche perché lui aveva questa mole, era massiccissimo, ma faceva cose che non ti aspettavi con quell’agilità!

Mi ricordo una scena meravigliosa di lui, un altro dei ricordi indelebili di Verziano: a giugno stavamo provando uno spettacolo nel campo di calcio del carcere; era di sabato pomeriggio quando ci sono i colloqui con i famigliari. Il ragazzo senegalese ha dovuto salutarci perché erano arrivati sua moglie e suo figlio che avrà avuto non più di 5 anni e il colloquio si svolgeva in una specie di parco giochi, vicino al campo di calcio, dove i detenuti possono stare insieme ai loro bimbi. Una scena meravigliosa, io li vedevo da lontano. Il bambino evidentemente voleva giocare a nascondino con il papà. In questo piccolo spazio giochi c’è uno scivolo e una specie di alberello con il tronco largo 10 cm di diametro. Vedo il bimbo che sta contando e il papà “nascosto” dietro questa pianta; il bambino si gira e va a cercare il papà. Quell’immagine mi si è stampata nella mente.

L’esperienza “Verziano” ha prodotto in me cambiamenti a livello della danza. Ma una cosa che in più ho sicuramente notato è che prima sentivo moltissimo l’influsso del giudizio, ma non quello degli altri, il mio, cioè avevo un autogiudizio esagerato, per cui a volte stavo lì a misurare, a pensare:”ma questa cosa la faccio? Mi abbandono o meno?”; soprattutto all’inizio. Sì, ero molto autogiudicante. Ora si è molto smussato. Non dico che non c’è più, perché non sarebbe vero, ma sempre di più adesso mi permetto di “stare”.
Un’altra cosa che mi ha fatto crescere sia dal punto di vista della danza e quindi proprio del rapporto stretto con il movimento, ma direi come pensiero più generale, è questa idea del togliere, ridurre. Mi riempivo di mille cose. Stare in quello che davvero per me è essenziale. Togliere tutto quello che è solo peso. L’essermi dovuto ri/immaginare completamente mi piace moltissimo.
Adesso apprezzo il dovermi pensare in altri modi rispetto alle varie situazioni.

Mi viene chiesto: “L’arte come la danza, la parola scritta: in che modo e se, ti sei sentito, ti senti parte di un’opera artistica?”
Sì, secondo me siamo dentro un percorso artistico, perché è sempre tutto quello che poi abbiamo portato in scena, che, ripeto, non era l’unica cosa che contasse. E’ importante anche quello, però tutto quello che è nato, è nato da un processo creativo che arrivava da tutti. Giulia ci aiutava a mettere a fuoco degli stimoli passando dalla scrittura al movimento, tutto quello che è uscito è stato frutto dell’unione della creatività di ognuno di noi, di ogni partecipante al gruppo. Credo che in questo senso fossimo dentro un percorso artistico. Sono sempre stati processi di ricerca che cercavano di alimentare la creatività di ognuno e del gruppo. Quindi le cose che nascevano, prendevano forma istante per istante, attraverso la scrittura, la musica, il movimento. Penso che questo abbia a che fare con l’arte.

 

Anno 2020 | Progetto Verziano 10^ edizione
Raccoglitrice di storie: Monica Bertelli

Circolo di scrittura e cultura autobiografica di Brescia
LUA Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari

La rubrica Sguardi attraverso è creata nell’ambito del Progetto Verziano 11^ edizione, realizzato da Compagnia Lyria e Ministero di Giustizia Casa di Reclusione Verziano Brescia, grazie al contributo di Comune di Brescia, Provincia di Brescia, Fondazione Comunità Bresciana, Ordine degli Avvocati di Brescia, Centrale del Latte di Brescia e in collaborazione con LABA Libera Accademia Belle Arti, LUA Libera Università Anghiari-Circolo di Brescia, Palazzo Caprioli, APS Libertà@Progresso e Istituto Lunardi. Gode del patrocinio di Fondazione ASM, AIIMF Associazione Italiana Insegnanti Metodo Feldenkrais e Consigliera di Parità della Provincia di Brescia.


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