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Sguardi Attraverso | Testimonianza di una detenuta

Una scuola di danza…nel cuore

Conoscenza del progetto: ingresso posticipato

In realtà sono venuta a conoscenza del progetto tramite l’esperienza delle altre ragazze. Un po’ la chiacchiera, un po’ il confrontarsi su determinate cose, soprattutto con quelle più anziane, anziane di carcere non in senso anagrafico; in particolare con Maria* che praticamente mi ha raccontato dell’esperienza che per lei era stata molto forte. Poi ho partecipato ad un incontro che hanno organizzato qui in carcere per la visione collettiva del video, la prima versione, per cui stiamo parlando di maggio 2019. Era un mese che stavo qui, mi sentivo un minimo spaesata, anche se in realtà tendo sempre ad agire prontamente a tutte le situazioni, anche le più diverse. Vedendo questo video ho provato delle sensazioni forti, tant’è che inizialmente, essendo estate, era giugno o luglio, presumendo ci fosse la pausa estiva, mi sono detta che ci avrei pensato su se partecipare o meno l’anno prossimo.

La prima volta: dalla fabbrica di rabbia a queste facce

Nel gruppo ho visto delle facce che ispiravano sicurezza, pace e tranquillità, cosa che mi era venuta a mancare. Io qui la chiamo la fabbrica della rabbia, perché la maggior parte delle persone sono rabbiose, sono incazzate con sé stesse e con il mondo. Io questa fase per fortuna l’avevo già superata, perché penso che sei a prescindere da quello che hai fatto. Quindi per questo che, nella fabbrica di rabbia, aver trovato dei visi diversi rispetto alla maggior parte di quelli che vedevo, mi ha fatto bene ed anche venire a contatto con persone esterne.

Entrare in punta di piedi

Ho cercato innanzitutto di vedere, di stare un po’ in ombra perché volevo capire che cosa fosse per me. Mi rendo conto che un’attività può essere non mi dia niente, che non mi dia beneficio, quindi mi sono data del tempo per capire se era o meno la cosa giusta per me. Alla fine lo è stata. Un po’ lo paragono alla meditazione Quando la facevo fuori, per i primi due mesi non ero mica convinta che fosse una cosa buona, invece poi mi ha fatto bene e ho detto ok. Così per la danza, qui c’è stata una valutazione molto più veloce, mi ha fatto subito bene perciò è bastato un attimo per continuare. La danza può dare quella cosa in più che nessun’altra attività ti potrebbe dare: questa gestualità, il mettere in scena determinate emozioni, eventi, racconti, per me è una doppia elaborazione attraverso il mio vissuto. Poi vedere gli altri che cosa mettono in atto, come performano una determinata situazione. Perché lo fanno così? E perché lo faccio io così? Mi sono fatta un sacco di domande.

Incontrare il linguaggio del movimento e della parola

Mi è piaciuto molto, l’ho scoperto ultimamente. Ho visto che la scrittura è un modo non solo per fare star bene gli altri, dal momento in cui gli indirizzi dei pensieri, ma è un tirare fuori qualcosa che hai dentro. Ad esempio, io posso pensare determinate cose, posso fare alcune riflessioni, però fino a che non sono scritte nero su bianco, per quanto mi riguarda, è come se non esistessero, restano solo dentro di te. Invece è come se con la scrittura riesci ad esternare quello che provi; è proprio così, adesso che lo trovo scritto è in effetti quello che provo veramente, magari è una sciocchezza ma è quello che penso.

Da aprile ogni giorno sto scrivendo una lettera di almeno quattro cinque facciate, cosa che appunto mi ha fatto bene. Ci sono dei momenti in cui non riesci a parlare con qualcuno, così la scrivi anche se è più breve. Se io parlo con te di una cosa mi posso dilungare molto, invece scrivendola ti permette di cogliere i tratti essenziali di un determinato momento. Noi dentro siamo costretti a comunicare tramite scrittura.

Ho tratto beneficio sia dalla scrittura che dal movimento che è come un parlare. In realtà anche il movimento ha un potere molto forte alle volte, molto più delle parole. I gesti ti permettono di elaborare sensazioni e sentimenti attraverso la tua esperienza e trasmettere agli altri quella che per te è una specifica emozione; così come vedere negli altri quello che per loro rappresenta la stessa emozione. Sono movimenti diversi che però vengono dalla nostra conoscenza, un confronto tra esperienze di vita.

Come si chiamava l’inventore di quegli esercizi che a volte ci faceva fare Giulia Gussago? Ah sì, il metodo Feldenkrais, non so per quale motivo ma è una magia. All’inizio ti sentivi in un modo e dopo ti sentivi in un altro, questa cosa mi è piaciuta tanto.

Lavoro di squadra

Tutto il lavoro fatto, dal movimento, al mettere nero su bianco, fino al condividere è stato fondamentale, un lavoro di squadra. Ho sentito che eravamo un gruppo, cioè siamo un gruppo e questo è tanta roba!

Nonostante gli incontri siano stati pochi, mi sento proprio di dirlo perché lo percepisco e il ritrovarsi la scorsa settimana, anche se via Skype, è stato come parlare dopo un giorno che c’eravamo lasciate, non dopo tutti questi mesi. È vero abbiamo mantenuto i contatti epistolari però mi è sembrato di parlare con persone che conoscevo da anni. Non c’era quel disagio, quell’imbarazzo di persone che non si conoscono bene, c’è stato subito un contatto immediato. E’ stato bello.

Trasformazione

Penso che sia stato difficile venire a contatto con la mia realtà più profonda, con i miei sentimenti più profondi. È chiaro che solitamente sono dei sentimenti negativi, perché c’è la lontananza dei familiari, dei propri cari, la rabbia di cui ti ho detto, che può esserci o non esserci, la sensazione quasi di perdere tempo Invece questo può essere un periodo per entrare a contatto con sé stessi. Sono più in contatto con me stessa e in automatico anche con gli altri. Nel momento in cui ti sei completamente perdonata tante cose, allora riesci a essere più empatica nei confronti degli altri e capirli meglio. Non mi sarei aspettata tutto questo, perché ero una persona completamente diversa, mi ero staccata dalla realtà, sicuramente ne avevo una parallela e non mi ha fatto bene, perché ti porta sempre ad eccedere. Io sono proprio la donna degli esuberi; è sempre un di più e cavolo dopo sei stanco perché quel di più non ti basta mai. A me questa esperienza ha messo anche uno stop ad una vita di esagerazione, dove ti senti veramente distaccato e, con la danza ritrovarmi nel mio io più profondo è stato bello ma anche faticoso. Un po’ perché comunque vieni a contatto con quelle che sono le tue emozioni più autentiche e ti dici: “Bello, adesso non ho più paura di niente”, non temo a dirlo perché riesco ad affrontare tutto in modo differente. È come se qualcuno mi avesse dato delle sberle e mi avesse detto: “Senti svegliati fuori, cioè non è così il mondo”. Mi sento maggiormente radicata, più al suolo, non sono più in aria.

Piccoli ingredienti che hanno contribuito al cambiamento

Penso che gli altri in qualche modo rispecchino noi stessi e vederli in alcuni comportamenti ti fa capire come certe volte sei lontana da quello che stai facendo. Li vedi e ti dici: “Vedi l’ho fatto io, ma perché?”. Con gli altri è come avere un punto di vista esterno. Per questo Il gruppo per me è fondamentale perché riesci sia con le persone che provano le stesse emozioni e sensazioni perché ristrette, sia con quelle esterne. In fondo non c’è troppa differenza perché il meccanismo della mente funziona in maniera simile, quindi ci emozioniamo noi, come vi emozionate voi. Inoltre, voi con il vostro punto di vista esterno, riguardo alla nostra condizione, noi con il nostro interno, facendo la somma delle due cose si riesce a trarne qualcosa.

Ad esempio tutta la preparazione per quello che è stato lo spettacolo, la performance per il pubblico esterno, è stata proprio un’elaborazione di tutto quello che avevamo fatto durante il corso. Il preparare dei gesti, il lavorare per uno scopo comune è servito molto per concentrarsi maggiormente. Sia da parte vostra, che da parte nostra volevamo fare bene, quindi questo mettersi in gioco e provare, soprattutto sulla parte della danza iniziale, è stato bello. È stato piacevole vedere sia dall’interno che dall’esterno questi movimenti, queste entrate, queste uscite, questa casualità che in qualche modo ha un senso; anche nel caos viene ritrovato alla fine un significato. Poi un’altra cosa mi è piaciuta durante l’evento finale, quella delle figurine appicciate al muro. La scelta della figura, di quello che rappresentava, è stata un’ulteriore riflessione su quello che ci siamo portati a casa, una sorta di debriefing di tutto. Adoro queste cose: la preparazione, lo svolgimento e poi che cosa ne abbiamo tratto. Questo è fondamentale insieme al momento di condivisione finale durante la giornata con gli ospiti.

Queste emozioni nuove e fortissime che sto provando non le avevo mai provate in tutta la mia vita. E’ proprio il risultato di un lavoro che ho fatto su di me e quindi…è stato anche in parte merito vostro.

Abbattere i pregiudizi

Alla fine è brutto da dire ma, io quando sono entrata in carcere mi sentivo completamente diversa dagli altri e mi dicevo: “Ma proprio io, ma veramente con questi qui”. Sono cadute molte barriere e sai, ho riscoperto dei valori qui dentro che fuori molto spesso vengono persi. Vuoi che si ha più tempo per riflettere o che comunque la sofferenza genera questi pensieri che fuori non faresti quasi mai che dico: “Caspita però non pensavo di incontrare delle persone così profonde! Un’esperienza su più livelli che ha portato un sacco di cose, oltre che di emozioni e di consapevolezze nuove.

Sorpresa: non me lo aspettavo

Non me lo aspettavo perché è vero che questa volta mi sono messa in gioco al cento per cento. Che cosa mi porto? Tanto cosa ho da perdere? Nel senso che oramai quando ti ritrovi ad avere toccato il fondo della tua vita dici: “Ok adesso devo cercare di risalire, di rialzarmi in qualche modo, cerco di prendere il bello da ogni cosa che mi viene proposta”. Infatti ce l’ho messa tutta, ho partecipato attivamente a diversi corsi, varie attività del carcere perché mi sono detta: “Adesso mi prendo tutto il bello che c’è qua dentro!”

Vedere che cosa succede e se succede, prendere il meglio di ogni attività e di ogni persona che incontri. Cerco di prendere il bene da tutto e di togliere il male: questa persona mi può dare questa cosa positiva, la prendo e il resto lo lascio e anche dalle attività faccio così, prendo gli aspetti positivi e accantono quelli negativi.

Calcare un palcoscenico

Nella mia vita sin da bambina ho frequentato corsi di ginnastica artistica, ed ogni anno si faceva il saggio di stagione; poi so suonare il pianoforte, ho fatto per diversi anni la scuola di pianoforte e quindi anche lì esibizioni a go go. Sono abbastanza una da palcoscenico, a me piace mettermi in mostra è una cosa che mi diverte molto. Anche in questa occasione mi è piaciuto perché secondo me ognuno di noi è in grado di trasmettere all’altro qualcosa di positivo. Io penso così, come voi riuscite a trasmettere a me questo, cavolo! anche io riesco a trasmettere qualcosa che non sia brutto, nonostante sia qui. Ce la si può fare sempre a testa alta. Da quando sono qui, non mi vergogno ad essere qua, ho affrontato tutto con estrema dignità e mi sono guadagnata una posizione di rispetto perché, è solo entrando in empatia con gli altri che la puoi ottenere. Fuori ho avuto dei periodi di un’arroganza tale che mi ha portata all’autodistruzione, perché nel momento in cui sei sempre su un piedistallo e cadi ti fai molto male, perché se tu non fossi sul piedistallo allora ti faresti meno male, ma io ho preso una gran botta e a me questa cosa è servita per tutta la vita, per volare più basso e mettermi a disposizione degli altri, in modo autentico. Questa volta, non per mettermi in mostra e basta, adesso esibirmi è stato diverso rispetto al passato, in cui dicevo: “Ecco guardatemi quanto sono brava”. Questa volta la diversità stava nel trasmettere un messaggio completamente nuovo e che sentivo veramente nel cuore.

Arte dentro al carcere

Inizialmente, sono sincera, così come per tutti, è un modo per evadere dalla vita di tutti i giorni. Tu sei in sezione fai le stesse cose, vedi le celle, vedi le sbarre quindi in primis è un momento di evasione, come prima cosa dici: “Eh io partecipo a quel corso perché a) mi incuriosisce e b) mi permette di andare oltre con la mente e di non sentirmi in carcere”. Poi, se in effetti sei concentrato su quello che ti trasmette, l’arte è fondamentale sotto tutti i livelli perché ti permette di tirare fuori qualcosa che a parole probabilmente non saresti in grado di fare. Alle volte è troppo difficile descrivere quello che ti sta succedendo. In generale l’arte è una modalità attraverso la quale esternare le cose più profonde.

Oltre che in carcere o nei posti dove regna la difficoltà, è un’attività terapeutica anche per le persone normali, esterne. È fondamentale perché alle volte ci troviamo dei magoni nel cuore che non riusciamo a descrivere. Quando senti qualcosa, che sia bella o brutta e tu non riesci a spiegarla, come puoi farlo? Attraverso altre modalità. Così come, perché la gente si incazza? Perché, secondo me, non riesce ad esprimere la rabbia che ha dentro in modo costruttivo e quindi ci sono le urla, le litigate per nulla. L’arte può essere una strada per riuscire ad esprimere un’emozione benché negativa. Il movimento, la gestualità, gli sguardi sono fondamentali per andare a tirare fuori la parte più nascosta. Si assolutamente, l’arte è un linguaggio universale, arriva dappertutto.

“Segni particolari” con Compagnia Lyria

Di sicuro l’incontro con l’altro e con me stessa, un approccio diverso, questo rappresenta un tratto distintivo; nessun’altra esperienza me lo avrebbe dato. Una modalità di guardarmi dentro, l’importanza dei gesti anche nel quotidiano. Un’altra cosa che mi ero dimenticata di dirti è proprio l’importanza maggiore che do ai gesti. Quando ritornerò a casa ogni singolo gesto, ogni singolo sguardo avrà un valore diverso. Per me il fatto di essere consapevole che a gesti ed espressioni corrispondono cose specifiche, come trasferimenti di emozioni, è importante. Questo è sicuramente uno degli aspetti particolari che mi ha dato. Faccio un’analisi diversa rispetto a come mi sono posta, chiaro che se tu mi dici una cosa io posso avere uno sguardo o compiere un gesto in automatico senza averlo pensato, però sarò più in grado di analizzarlo. Perché ho guardato così quella persona? Perché ho fatto quel gesto lì?

*Per ragioni di privacy i nomi Sonia e Maria sono di fantasia

 

Anno 2020 | Progetto Verziano 10^ edizione
Raccoglitrice di storie: Valentina Fanelli

Circolo di scrittura e cultura autobiografica di Brescia
LUA Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari

La rubrica Sguardi attraverso è creata nell’ambito del Progetto Verziano 11^ edizione, realizzato da Compagnia Lyria e Ministero di Giustizia Casa di Reclusione Verziano Brescia, grazie al contributo di Comune di Brescia, Provincia di Brescia, Fondazione Comunità Bresciana, Ordine degli Avvocati di Brescia, Centrale del Latte di Brescia e in collaborazione con LABA Libera Accademia Belle Arti, LUA Libera Università Anghiari-Circolo di Brescia, Palazzo Caprioli, APS Libertà@Progresso e Istituto Lunardi. Gode del patrocinio di Fondazione ASM, AIIMF Associazione Italiana Insegnanti Metodo Feldenkrais e Consigliera di Parità della Provincia di Brescia.


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