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Sguardi Attraverso | Testimonianza di un detenuto

IL GIGANTE ALTRUISTA

Tutto è iniziato nel settembre del 2019 grazie alla mia ragazza:
lei mi ha chiesto di iscrivermi al corso di danza Lyria,
corso che lei già frequentava.
Tutto è iniziato perchè ero curioso,
ed ero desideroso anche di stare del tempo con lei.
Mi sono iscritto.
Tutto è iniziato quando ho conosciuto Giulia, ad ottobre,
quando ho partecipato ad una riunione:
c’erano Valentina, Susi (che io chiamo “mami”)
e una ragazza alta.
Io sono alto. Subito ci siamo affratellati:
ci siamo soprannominati “ i giganti buoni”.
E’ stato bello, sin dal primo giorno.

Vedere una danza diversa
Vedere i movimenti che ogni giorno fai
diventare gesti di danza
Vedere la mia fidanzata,
che era possibile divertirsi,
che si poteva imparare

Iniziare partendo da esercizi per sciogliere i muscoli.
Iniziare dal proprio corpo:
collo, schiena, gambe, ginocchia, piedi, gomiti,
Iniziare dallo stretching
Iniziare:
mento che va su, occhi che vanno giù
mento che va giù, occhi che vanno su
Iniziare a mettersi in gioco

Dimenticare
le telecamere che ti registrano
Dimenticare come se la ridono gli assistenti vedendo un gigante di due metri
che danza come una ragazzina
Dimenticare la vergogna, le ore che passano, la paura, i brutti pensieri

Sentire
che i gesti di ogni giorno prendono una nuova forma,
un nuovo significato.
Sentire il contatto, pelle a pelle,
le mani di Giulia che con delicatezza ti portava,
ti prendeva le mani.
Sentire che potevamo sfiorarci,
accarezzarci, toccarci, stare vicino.
Sentire la vicinanza della mia fidanzata,
l’attaccamento,
la necessità imposta di dover stare distanti,
di dover stare con gli altri.
Sentire che insieme potevamo divertirci,
pranzare, giocare,
stare seduti vicino,
muoverci, danzare,
imparare nuovi gesti,
nuove possibilità.
Sentire che nel cuore
si imprimevano indelebili momenti forti,
nuovi sentimenti.

Avevo già vissuto
esperienze di animatore negli spettacoli viaggianti del nostro Luna Park.
Avevo già imparato a stare con gli altri,
a stare con bambini, a stare anche con gli adulti, a guidare il gruppo.
Avevo già vissuto l’esperienza della forza della musica,
sono nato con la musica, sono “matto” per la musica,
avevo suonato nell’orchestra,
avevo guidato, ondeggiato le persone che ballavano boogie-boogie o latino che fosse.
Avevo già vissuto la bellezza del ballo.
Mio papà è bravo a ballare,
mia mamma…anche lei,
i miei fratelli e le mie sorelle ballano,
danza moderna, musica latina,
adesso va il “ Reggaeton”
loro, i ragazzi giovani, ballano il reggaeton.
Avevo già vissuto la forza della danza,
la rivelazione attraverso i gesti, di quanto può essere grande una persona.
L’osservazione dei dettagli, della postura dell’altro,
dei suoi comportamenti, degli atteggiamenti, dei movimenti,
può far capire una persona.
Avevo già vissuto la paura di non essere bravo a ballare,
la timidezza di fronte agli altri.
Per ballare in discoteca dovevo prima ubriacarmi, per mettermi in gioco.
Ora, non più.

Mettersi in gioco
questo ho imparato.
Ora danzo con l’acqua naturale,
non ho più bisogno di nascondermi dietro una maschera.
Mettersi in gioco:
questo ho sperimentato con la Compagnia Lyria.
E’ molto importante per me.
Ho ricevuto apprezzamenti, ho capito che posso, che sono bravo, che l’arte fa per me, che la danza è il linguaggio del mondo.
Mettersi in gioco, lavorare insieme.
Impegnarsi senza avere paura di sbagliare,
comprendere le parole di Giulia: “non siamo nati maestri”,
giocare le regole della vita con il gruppo,
imparare che si può fare un errore, che tutti possono sbagliare,
che si può ricominciare.

Ricominciare
a danzare con la Compagnia Lyria, quando sarò uscito,
quando avrò trovato un lavoro, una casa per me e mia moglie,
quando potremo vederci davvero.
Ricominciare a partecipare agli incontri di danza
Sarà bello, dopo avere trovato una sistemazione, una nuova stabilità.
So che dovrò rimboccarmi le maniche, perché in questi anni dentro ho perso il mio contratto di affitto.
Dovrò ricominciare

Papà
non mi ha visto danzare; lo spettacolo è stato sospeso al cinema Eden.
Era previsto per marzo-aprile, sospeso per la chiusura dettata dall’emergenza sanitaria.
Papà non mi ha visto:
già pregustava delle belle risate mi prendeva in giro dicendo:
“Vorrei vederti con il tutù”.
Pensava che avrebbe visto me e tutti gli altri con la calzamaglia e che avrebbe riso vedendoci.
Mi minacciava: “Non vengo più a trovarti”.
Scherzava.
Se avesse visto davvero lo spettacolo non avrebbe riso.
Forse no.
Papà,
mi è andata di lusso
mi è andata di lusso
mi è andata di lusso,
ho evitato il rischio
di vederlo ridere…o piangere di gioia?
Papà mi vuole bene
Mi dice:
“Sei un bambinone”
“Hai un cuore d’oro”
“Al posto del cuore hai uno scrigno di brillanti”
“Hai un cuore purissimo”.

Io sono Adriano,
per gli altri sono il Gigante Buono, l’Orso abbraccia-tutti, il Bambinone.
Io sono Adriano, ho qualche soprannome.
Io sono Adriano, mi piace scrivere.
Sono di tante sorprese,
Ho iniziato a riscoprire le mie risorse, le mie capacità, qui dentro, con il tempo.
Io sono Adriano.
Inceppi non ne ho mai incontrati nel corso di danza.
Io sono Adriano e quando incontro un inceppo,
quando sono triste, quando sono pensieroso, quando sono arrabbiato, quando sono geloso, quando sono scorbutico, quando sono in difficoltà,
faccio una riflessione, un ragionamento tra me e me.
Mi metto in una posizione che mi permette di non mostrare i miei sentimenti profondi.
Rido, scherzo con gli operatori esterni, adotto l’atteggiamento necessario
per non essere richiamato, per stare in pace con tutti.
Io sono Adriano; vivo bene così.

Partecipare
far parte del gruppo di danza mi toglieva dalle preoccupazioni, dai pensieri,
dagli ostacoli che si incontrano nell’arco della giornata, qui, nella struttura.
Partecipare e desiderare di realizzare quello che avevo visto fare due anni prima negli spazi esterni alla struttura.
Avevano fatto la danza all’esterno, le registrazioni, il video.
Avevano fatto le riprese nel campo, nello spazio della cooperativa di lavoro, una bella esperienza:
avrei voluto farla anch’io.
Il tempo è stato contro di noi.
Il fattore Covid ha giocato un brutto scherzo, non siamo riusciti a realizzare il DVD.
Partecipare all’ora di danza è stato così bello che mi portava a desiderare
più lezioni, più ore, più domeniche insieme, come è successo il 16 febbraio 2020.
Partecipare alla danza del gruppo, al pranzo insieme e condividere le pizzette a forma di cuore, quaranta che io ho preparato, sono un ottimo cuoco, per la mia Hava, per tutti.
Partecipare del gradimento che hanno avuto, essere contenti di condividere
le buone cose che tutti hanno portato.

Partecipare al brindisi, anche solo con acqua,
contenti delle ore di spensieratezza, di vicinanza, di convivialità.
Partecipare alla seduta di danza prima di Natale, fare gli auguri, ringraziare,
salutare Giulia, Valentina, Lucia.
Augurare buone vacanze a loro che poi sarebbero partite.

Scendere
nella palestra attrezzata con tappeti di gomma per attutire le cadute,
spostare gli attrezzi, i macchinari per i pesi, liberare lo spazio per essere liberi di muoversi.
Era bello.

Salire dopo la danza era sempre doloroso.
Ero più pensieroso, sentivo il peso delle giornate che mi avrebbero separato
dall’incontro prossimo, con tutti gli ostacoli e le difficoltà che avrei incontrato.

Chiudere
con il lockdown le porte della struttura dopo il 17 febbraio, ultima seduta di danza, è stata una ferita.
Chiudere la possibilità di incontrare la mia donna, i miei amici, il gruppo di danza, è stato doloroso.
Chiudere, impedire ad altri di entrare nella struttura:
Perchè?
Ogni giorno le guardie penitenziarie, gli agenti di polizia, entrano ed escono,
possono portare il virus.
Perchè impedire a persone che possono essere controllate, vaccinate, di entrare e non consentire a noi di passare insieme quell’ora, quelle due ore,
che possono renderci felici?
E’ stata dura da accettare.

Sperare
di potersi re-incontrare, magari poter prendere un caffè insieme.
Sarebbe bello.
Sperare che passi in fretta questo tempo di chiusura e isolamento, questo ultimo periodo dentro, presto uscirò, manca poco.
Sperare di trovare fuori la strada giusta, il lavoro, la casa, la serenità, la famiglia, la mia famiglia.
Sperare senza perdere la certezza che tutto andrà bene.
Tenere con noi la speranza, ogni giorno, fino alla fine.
Non perdere se stessi, non perdere la fiducia.

Tornare bambini
con la Compagnia Lyria era possibile.
Tornare bambini vuol dire ricominciare ad imparare
Vuol dire avere fiducia in chi ci guida
Vuol dire aver voglia di giocare
Vuol dire essere contenti di stare con gli altri, con chi dedica il suo tempo a noi che siamo dentro
Vuol dire saper provare gratitudine verso coloro che lasciano i loro affari, negozi, famiglie, per condividere con noi del tempo prezioso di libertà, di creatività, di arte.
Tornare bambini vuol dire non avere malizie, non avere paura
Vuol dire aprire le braccia verso coloro che sentiamo accoglienti, disponibili all’incontro.
Vuol dire non avere pregiudizi, non alzare, i muri della diffidenza.
Tornare bambini vuol dire apprezzare ciò che la vita dà.

La poesia
come la danza, è una forma d’arte che mi appartiene.
Mi è piaciuto, mi è piaciuto molto danzare con la Compagnia Lyria.
E’ stata una esperienza bella; sono pronto a garantirlo anche per gli altri ragazzi, che sarà una bellissima esperienza.
Se vorranno imparare.
E’ una cosa stupenda: stai in contatto con un gruppo meraviglioso e sei consapevole che le persone che entrano da noi lasciano i loro impegni e magari il loro negozio, hanno anche loro problemi, una famiglia.
Però vengono a danzare quelle due o tre ore con noi con uno spirito di servizio.
La poesia, come la danza, è arte, è il linguaggio del mondo.
Unisce, mette in comunicazione ogni essere.

Scrivere
mi piace.
Valentina ha creato occasioni di scrittura importanti.
Scrivere mi piace, so farlo, seguo un mio schema e qualche volta ho aiutato
i miei compagni che non se la cavavano bene con la penna, mentre io non avrei smesso mai, finché c’era tempo.
Scrivere mi piace.
Eppure è la bellezza di tre anni che io non scrivo una lettera a mio papà;
non scrivo per mia scelta.
Così come ho chiesto loro di non scrivermi perché se magari scrivessero
che qualcosa non va, starei male, mi metterei a piangere.
Allora preferisco tenermi il dolore della distanza, dentro di me, sentendomi tramite telefono, videochiamata, sentendo che stanno bene.
Scrivere è un gesto più intenso, più sincero e profondo.

Io mi ricordo
una storia che Valentina ci aveva fatto scrivere.
Ci ha dato un foglio con una parola a me ha dato un foglio.
C’era scritto “Abbraccio”
Dovete scrivere la definizione: “che cos’è un abbraccio?”
Io ho scritto: “per me l’abbraccio è…mio fratello”,
e ho raccontato una storiella che tanti anni fa ho vissuto con mio fratello.
Ho cominciato così:
“Ciao sono Adriano, ho 35 anni, e vi racconto questa storia accaduta in Valpolicella, in provincia di Verona, a Pedemonte, nella zona dei vini.
E parlavo di mio fratello, del giorno in cui siamo andati a pesca.
Mio fratello non era capace di pescare e io …me la cavavo…
Cosa abbiamo fatto…visto che i pesci non abboccavano?
Ho detto: “Dai Antony, lascia stare che ce ne andiamo” (adesso io te la racconto un po’ più easy)
Ho detto: “lascia stare che ce ne andiamo” … e… ha abboccato un pesce!
Sulla canna mia.
Era un pesce molto bello, perché era una carpa, “amur” così si chiama,
un pesce grande che mangia solamente l’erba.
L’ho pescata.
E lui, appena siamo arrivati a casa da papà:
“Papà, papà, guarda cosa ho pescato, guarda cosa ho pescato! Adriano non ha preso niente”
Si è preso lui i meriti, e papà fa:
“Adriano, tuo fratello è diventato più bravo di te!”
In cuor mio ero contento che mio fratello raccogliesse tanta considerazione.
Perchè gli voglio bene, è il mio bambinone.
Adesso sono quasi dieci anni che con mio fratellino non vado più a pesca;
spero di farlo molto presto, perché so che il prossimo anno sarà possibile.
Spero di godermi ogni momento che ho perso con lui, perché lui è il mio cucciolo, il mio bambino, e … saluti a tutti e abbracci.

Io mi ricordo che ho scritto, poi, una storiella con la signora che io chiamavo “Mami”.
Il suggerimento era: “Una passeggiata”.
Io mi ricordo tutti i particolari di quello che ho detto,
ho una buona, buonissima memoria.
Il titolo che mi ha proposto era: “Sentieri”.
Ho scritto:
Sentiero,
il sentiero di una passeggiata,
il rumore delle foglie,
i passi di due ragazzi,
un uomo e una donna, che si incontrano, si uniscono, e fanno una passeggiata.
Pensieri
il pensiero di una storia, che può nascere, un amore.
Pensiero di ritrovare un fratello,
una famiglia, una madre, un padre,
Pensieri
la vita è un pensiero, la gioia, il dolore, ma l’amore non termina mai.

La famiglia
è tutto per me.
Tre anni fa facevo parte del gruppo di teatro, ma da quando hanno inserito
nelle attività di teatro il “giorno delle famiglie” (ogni due martedì entravano madri e bambini) mi sono fatto da parte.
Ho lasciato lo spazio alle famiglie, ho preferito pensare ai papà e alle mamme
che giocavano con i loro bambini, un’ esperienza preziosa per chi è separato dalla famiglia per lungo tempo.
Mi sentivo il terzo incomodo, allora ho preferito non più frequentarlo…
Mi è dispiaciuto. Ho rinunciato, pur sapendo che avrei avuto belle occasioni
di uscire dalla struttura, che avrei potuto andare a Cremona, a teatro, a Brescia.
Avrei potuto uscire tre volte all’anno.
L’ho fatto perché se una mamma viene qui con il bambino e c’è suo marito, stanno tutti insieme, due ore insieme in più ed io preferisco che il bambino,
ogni bambino, stia bene.
La famiglia è un valore centrale per me.
Non sono padre, però sono zio e ho dei bellissimi nipoti; sono tutti piccoli.
Io coi miei nipoti ci giocavo; voglio loro un mondo di bene, però non sono come figli.
Il mio desiderio di essere chiamato “papà” sembrava finito quindici anni fa,
quando Ryan non era riuscito a nascere; ma ora la figlia di mia moglie,
mi manda un disegno dove la sua mano di bambina rappresenta noi tre
e dice: io, te e la mamma. Mi mostra le fotografie e mi chiama “papà” e il mio cuore torna a vivere e dico a me stesso: “Questa è la vita”.
E sono contento!

*Per ragioni di privacy il nome Adriano è di fantasia

 

Anno 2021 | Progetto Verziano 10^ edizione
Raccoglitrice di storie: Ludovica Danieli

Circolo di scrittura e cultura autobiografica di Brescia
LUA Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari

La rubrica Sguardi attraverso è creata nell’ambito del Progetto Verziano 11^ edizione, realizzato da Compagnia Lyria e Ministero di Giustizia Casa di Reclusione Verziano Brescia, grazie al contributo di Comune di Brescia, Provincia di Brescia, Fondazione Comunità Bresciana, Ordine degli Avvocati di Brescia, Centrale del Latte di Brescia e in collaborazione con LABA Libera Accademia Belle Arti, LUA Libera Università Anghiari-Circolo di Brescia, Palazzo Caprioli, APS Libertà@Progresso e Istituto Lunardi. Gode del patrocinio di Fondazione ASM, AIIMF Associazione Italiana Insegnanti Metodo Feldenkrais e Consigliera di Parità della Provincia di Brescia.


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